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 Corso di nivologia (Caratteristiche della neve al suolo - 3° parte)

Tutto sulla tecnica ed i materiali
  • Il Neviflusso (o movimento lento del manto nevoso)
  • Il manto nevoso che si deposita su un pendio inclinato viene sottoposto, a seguito del suo stesso peso, all’azione di 2 forze distinte che comportano 2 distinte conseguenze.
    Abbiamo infatti che la forza peso (P) verticale si scompone in una componente (PN) normale al terreno ed una (PP) parallela al pendio.
    Le relazioni tra P e le due componenti variano in funzione dell'angolo di inclinazione del versante secondo le formule:


     

     

    La componente normale (PN) è quella che genera il metamorfismo meccanico mentre l’effetto della componente parallela (PP) genera un secondo effetto: il neviflusso.
    In particolare, si possono distinguere tre tipi di moto combinati:
    - moto dei cristalli gli uni sugli altri verso il suolo e verso valle, con conseguente diminuzione dello spessore del manto nevoso nel suo insieme (assestamento);
    - spostamento più accentuato verso valle dei cristalli in superficie rispetto a quelli verso il suolo (scorrimento);
    - moto verso valle dei cristalli al suolo lungo il piano d'appoggio, con trasporto di tutto il manto nevoso soprastante (slittamento).
    Il neviflusso è composto quindi dal fenomeno dello scorrimento e dello slittamento.

    La velocità del neviflusso dipende sia dal valore di PP (funzione del peso P e dell'inclinazione; ad esempio per lo stesso peso di 100 kg, su un angolo di 20° abbiamo che PP = 34,20 kg, mentre su 40° PP = 64,28 kg; sia dalla scabrosità del piano di slittamento); sia dalla coesione interna dello strato di neve a contatto col fondo (con cristalli a debole coesione, tipo 5 (brina di fondo) o tipo 6 (neve in fusione), l'attrito è minimo e può essere annullata anche la scabrosità di un terreno roccioso).
    La temperatura gioca un ruolo altrettanto importante:

    • più le temperature sono basse (il manto è viscoso) tanto più il neviflusso è lento e le deformazioni sono piccole (ad esempio, la neve sul tetto esce dalla falda e mantiene un moto rettilineo);
    • più le temperature sono elevate (la neve è più plastica) tanto più il suo movimento è veloce e la possibilità di deformarsi aumenta (nell'esempio del tetto la parte aggettante oltre la grondaia per effetto del peso si incurva a ricciolo anziché rompersi).

     

    Su un pendio, quindi, per effetto del neviflusso, il manto nevoso tende a muoversi scendendo verso valle con un moto lento e continuo, la cui velocità è legata alla pendenza, agli attriti sul piano d'appoggio ed alla temperatura.
    Ad ogni variazione della componente PP, per variazione della morfologia o della copertura vegetale o altro, all'interno del manto si creano trazione nelle zone convesse ed a compressione nelle zone concave.

    Se lo strato è plastico si adatterà alle irregolarità del piano d'appoggio (terreno) su cui appoggerà e le eventuali sollecitazioni di carico potranno essere assorbite, almeno in parte, dalla deformazione del manto.
    Se, invece, le temperature sono basse ed il manto nevoso sarà rigido, esso tenderà ad un moto rettilineo, lasciando dei vuoti nelle concavità e autosostenendosi su punti di appoggio periferici. Va da sé che venendo a mancare l'appoggio sottostante, una diminuzione di resistenza o una sollecitazione di carico che, data la rigidità del sistema, va a ripercuotersi sui punti di appoggio, può dar luogo al distacco di un lastrone in quel punto molto più facilmente che se la neve fosse plastica.

    Subito sotto una zona convessa la neve rimane sul posto solo finché la trazione, in pratica PP, è minore o eguale alla resistenza, cioè alla coesione tra i cristalli.
    La rottura per trazione, e la conseguente probabile valanga, può avvenire:

    • per solo aumento della PP: nuovo deposito di neve fresca o da vento, passaggio di persone, ecc.;
    • per sola diminuzione della coesione: progressiva riduzione della feltratura per metamorfosi sia meccanica che da isotermia nella neve fresca (metamorfosi da gradiente o da fusione in o sotto strati già densi ed assestati);
    • per contemporanea azione delle due cause; ad esempio, la pioggia che aumenta il peso e, portando acqua "calda", diminuisce la coesione per fusione.
    Dopo un'abbondante nevicata, tutte le zone convesse tendono a scaricare in tempi più o meno brevi che dipendono dalla pendenza e dalla morfologia.
    Nelle concavità, o dove comunque la pendenza passa da un valore maggiore ad uno minore, la diversa velocità di neviflusso porta alla compressione con relative sollecitazioni nel manto.
    Anche qui si crea una zona di potenziale instabilità, ma gli effetti sono meno drastici che per la trazione:
    • Con neve fresca la compressione si limita ad una costipazione con aumento della densità e, per rigelo, della coesione;
    • con manto già compatto ma umido, grazie alla buona plasticità di questo tipo di neve e alla gradualità della pressione, si ha una deformazione a onde con pieghe che possono raggiungere dimensioni eccezionali.
    Il pericolo maggiore si ha con strati a forte coesione interna ed asciutti, quindi pesanti e rigidi come i lastroni da vento, che per compressione assiale possono improvvisamente frantumarsi come una semplice lastra di vetro.

     

     




     
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